chi|mè|ra, s.f.. Nella mitologia greco-romana: ‘mostro favoloso con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sorgente dalla schiena, e coda di serpente’. Comunemente usato in senso figurativo: ‘desiderio assurdo ma incrollabile, fantasia inverosimile, speranza o sogno irrealizzabile, privo di qualsiasi rapporto con la realtà’
«Sotto un grande cielo grigio, in una landa smisurata, polverosa, - senza sentieri, senza un filo d’erba, un cardo, un’ortica, - incontrai molti uomini che marciavano curvi.
Ognuno reggeva sul dorso una enorme Chimera, pesante come una sacca di farina o di carbone, come il bagaglio di un soldato romano.
Ma la belva mostruosa non era un peso inerte, anzi: avviluppava e soffocava il suo uomo con i suoi muscoli elastici, possenti; si artigliava coi suoi unghiami lunghi al petto del suo ciuco; e la sua testa mitologica incoronava la fronte dell’uomo, come uno di quegli elmi terrificanti coi quali i guerrieri arcaici speravano di accrescere nei nemici il terrore…
…Parlai con uno di questi uomini, e domandai dove andassero. Mi rispose di non saperne nulla, né lui né gli altri; ma che certo andavano da qualche parte, giacché erano fustigati da un invincibile bisogno di andare.
Cosa curiosa, nessuno di quei viaggiatori aveva l’aria irritata contro la bestia feroce avvinghiata al suo collo e incollata sul dorso; come se la pensassero parte del proprio corpo. E tutte quelle facce affaticate e pensose non mostravano alcuna disperazione: sotto la cupola spleenetica del cielo - i piedi affondati nella polvere di un suolo desolato al pari del cielo - loro marciavano, con la smorfia rassegnata di chi è condannato a sperare per sempre.
E il corteo mi passò di lato e sprofondò nell’aria dell’orizzonte, avanti, dove la superficie incurvata del pianeta sfugge alla curiosità dello sguardo umano.
Ancora qualche istante mi ostinai a voler comprendere quel mistero; ma presto l’irresistibile Indifferenza piombò su di me, e ne fui oppresso più pesantemente che quelli dalla loro schiacciante Chimera». (C. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, VI)
Sono giorni non miei. Non li riconosco.
Ma il peso sulla schiena,
quello un po’ sì.
La mia Chimera ha nome e cognome, un tempo e uno spazio definiti.
E artigli più affilati e implacabili che mai.
(e voi? come chiamate la vostra Chimera,
sempre che ne alleviate una?)


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La mia si chiama scrivere. Ma non è poi così insistente.
E’ una domanda che mi ha dato da pensare…
Alla fine sono giunto ad una conclusione smaccatamente auto-referenziale: la mia Chimera coincide con me stesso.
Mi spiego meglio: quell’ “invincibile bisogno di andare“, nel mio caso, deriva da una ricerca continua di quell’attimo in cui potrò dirmi completamente e indubitabilmente me stesso: realizzato, soddisfatto, completo, consapevole di ciò che sono e di ciò che voglio.
).
“Un uomo finito“, come ebbe a dire Papini
(e te lo cito non a caso, perché so che sai bene di cosa parlo, che Papini l’hai amato e odiato come pochi altri
E se in passato tutto ciò era un semplice “desiderio”, col passare degli anni lo vedo ahimé sempre meno realizzabile…. Eccola, quindi, la mia quasi-Chimera.
Un bacio
Anche la mia Chimera ha un nome. Elena. E’ la vita che potevo avere e non ho avuto. Ora ho una moglie, due figlie, una vita che in fondo non cambierei. Ma la mia Elena-Chimera resterà sempre tale. Il desiderio più grande e categoricamente irrealizzabile.
(ti leggo spesso, anche se in silenzio. complimenti per le tue parole)
libertà